martedì 15 ottobre 2013

Convicted: Nest of thorns.


Faregate Day 13



C’è un momento, nella vita di ogni uomo… un momento in cui perdi te stesso.
In cui metti in dubbio la tua esistenza stessa.
Metti in dubbio il mondo, le sue regole.
Metti in dubbio la stessa realtà delle cose.
Quando accade, basta un soffio per oltrepassare il confine,
e cadere verso la follia.

Faregate, non è un posto per uomini, non è un posto per esseri umani. Coloro che vi mettono piede si rendono velocemente conto di quale luogo dimenticato sia. Una struttura capeggiata da un capitalista incallito, che trae soldi dal governo alleato allo scopo di rendere il più vivibile possibile la permanenza dei detenuti. In realtà, questa struttura si regge su un precario equilibrio sociale. Da un lato il sistema di guardia, secondini e capitani, dall’altra i maggiori esponenti della feccia detenuta. I soldi vengono investiti solo in minima parte per il sostentamento della struttura portando i detenuti a patire fame e freddo nel tempo.

Ben presto gli uomini dimenticano di essere tali, cadono nell’oscurità diventando più pericolosi degli animali stessi.

Lo chiamavano Butch Bother.
Un tempo era un pirata che scorrazzava in giro per il ‘Verse, con una banda di tagliagole. Una schiera di bastardi, approfittatori e menefreghisti. Butch era uno degli esponenti della casta locale di Faregate. Seguiva lo spaccio interno, la distribuzione delle risorse e sapeva sempre quale telecamera funzionava e quale no in un determinato momento. E prevedeva sempre gli incidenti che capitavano agli altri.

John conosceva il tipo. Sapeva come trattare con questi. Mai dargliela vinta, combattere, dimostrare di avere le palle. Ma niente dentro Faregate è come nel resto del ‘Verse.

Fin dai primi giorni Butch non solo si comportava come il boss imponente che era. Ma attaccava psicologicamente il giovane indipendentista, vietando di muoversi quando era sulla branda superiore. Di usare il water, o anche solo di bere. Più volte vennero alle mani, e più volte John dovette sopportare la stretta della sua mano intorno al collo, ed il fiato marcio della sua bocca che si apriva per vomitare continue minacce.
"Non potere antare afanti cozì Cionny..... prima o poi lui uccitere te..."
Sono le prime parole che Klaus gli rivolge appena si avvicina al suo tavolo, tenendo fra le mani il vassoio del pranzo. Il biondo sofferma lo sguardo severo sul suo volto su cui compare un nuovo livido.
“Sto bene, Klaus.”
“Tu non ztare pene. Zentire ogni coza ta qvella cazzo ti parete.”
Continua una volta sedutosi al tavolo. La forchetta di plastica che tiene stretta in mano si spezza con uno schiocco mentre lo sguardo passa in rassegna il tavolo del boss nell’angolo opposto della mensa.
“So cavarmela, da solo.”
Klaus riporta lo sguardo sul giovane a quelle parole, nello sguardo una vena di timore come se stesse già vedendo i segni indelebili che stavano formandosi sull’anima del ragazzo.
“Potere farlo zmettere.... per zempre…”
Sussurra freddamente chinandosi verso di lui, oltre il vassoio segmentato del pranzo sintetico ed insapore.
“I can do it.”

lunedì 14 ottobre 2013

Convicted: Wings clipped.




Faregate Day 1
Carne Fresca! 
Esordisce a gran voce il Chief del posto mentre avanza nel largo corridoio in quel canion di celle. Sembrava essere un qualche santone, che apriva la strada, seguito da un gregge, scortato da secondini armati. Sembrava di partecipare ad una festa: tutti i carcerati erano alle sbarre delle relative celle ed urlavano, si dimenavano, insultavano ed acclamavano la schiera dei nuovi detenuti. Sembrava di essere all’inferno.
Alza quella cazzo di testa, ragazzo!


Ringhia con ferocia Red, alle spalle di un giovane roser intimorito da quello spettacolo. John voltando il capo lo osserva continuare a camminare con il petto gonfio e la schiena ben ritta. Il suo sguardo è pura determinazione. È lo sguardo di coloro che ci sono già passati, e ne sono usciti in un modo o nell’altro. 


Si tratta del “Benvenuto” una procedura che i secondini adorano effettuare ogni volta che gli arriva un nuovo carico di detenuti, i quali vengono intimoriti ancor prima di ambientarsi. La distanza tra l’entrata nell’area celle e la zona d’inserimento misura più di sessanta metri di distanza, percorsi fra urla, schiamazzi e grida di scherno. Red e Klaus se lo aspettavano. Si aspettavano che John potesse diventare la nuova preda di quel posto. Il nuovo ragazzino da tormentare al punto da portarlo ad impiccarsi con le lenzuola della sua branda.
Bene, ammasso di letame. Queste sono le regole. Qui comando io, non fate cazzate e restate in vita, il più possibile. Più detenuti respirano in questo luogo dimenticato dal vostro Dio, più l’Alleanza paga il boss. Ed ore spogliatevi, razza di finocchi !
Dopo il benvenuto iniziavano le pratiche più umilianti. 


Benché le docce fossero funzionanti, i secondini preferivano schierare i nuovi arrivati contro la parete ed utilizzare gli idranti a canna per lavarli tutti. A seguire: le perquisizioni corporali ed i soldati alleati armati, quando si doveva umiliare un detenuto, non mancavano mai. Infine veniva concesso ad ognuno di loro una paio di scarpe senza lacci, un paio di calze e mutande, una maglia bianca ed una divisa grigia. Niente di più, niente di meno. 


John poteva sopportare tutto. Era un sopravvissuto. Nato dalla guerra, e cresciuto per le fogne di un pianeta popolato dalla peggior feccia del ‘Verse. Poteva farcela. Poteva scontare la sua pena con Red e Klaus al suo fianco. Ne era convinto.


Fino a quando non arrivò lo smistamento. A nessuno di loro era permesso di stare nella stessa cella con un altro nuovo detenuto. Ognuno dei nuovi detenuti veniva assegnato ad una cella già occupata da un vecchio detenuto. Quello cominciò a minare la sicurezza del giovane cecchino. Si ritrovò davanti la cella a sbarre chiuse, dietro di esse un bestione sudaticcio e stempiato. Al suo fianco destro, una guardia armata. Davanti alla cella che si trova alla sua sinistra, un silenzioso Klaus. John volta il capo ora osservando l’area in cerca di Red, ritrovando poi il volto di Klaus intento a negare.

Celle Aperte!

giovedì 10 ottobre 2013

Blood

 Bullfinch, 09/10/2015

Non sa bene che ora sia. pare notte. Lo sguardo che porta fuori da quella piccola finestrella isolata al limite del soffito, intravede il cielo scuro. Sulla parete di fronte, ad intervalli regolari si proietta il fascio di luce di una delle torrette a sorveglianza del campo. La sua cella è spoglia, pare improvvisata, un complesso prefabbricato di una qualche lega strana, sconosciuta al giovane soldato.
Gli occhi sono fissi sul soffitto, leggermente chiusi, stanchi, tristi. Sono gli occhi dei rassegnati, dei vinti, dei delusi ed allo stesso tempo dei terrorizzati. Si passa una mano distratta sul viso, sugli occhi levandone le poche lacrime, scivola sul viso dove compare una sparsa e disordinata barbetta. Tira su col naso e si solleva a sedere. 


Quando è caduto vittima dell'imboscata, si era convinto che sarebbe riuscio a farcela. avrebbe affrontato la situazione in maniera prossionale, avrebbe cercato di cogliere più informazioni possibili dall'interno. 

Ma si è risvegliato con un'occhio ferito, e con il timore di perderlo per sempre. "Meglio morto piuttosto che rotto" è il motto di ogni soldato che fa del suo fisico una macchina da guerra. Ed un cecchino ha come armi predilette i suoi occhi, senza di essi è finito.
Un senso di vulnerabilità lo ha afflitto, sovrastato, minato le sue certezze. Da ragazzino orfano di Boros è cresciuto per diventare un soldato ed ora da soldato è diventato un prigioniero di guerra.

Touch my mouth
And hold my tongue
I’ll never be your chosen one
I’ll be home, safely tucked away
You can’t tempt me if I don’t see the day

Si era convinto che sarebbe riuscito a superare tutto questo. Si era preparato. Se lo aspettava. Ma non si aspettava le analisi del sangue esercitate dagli alleati sui campioni di sangue dei prigionieri. Non si aspettava che il suo sangue derivasse da quello di un Ex Comandante della Flotta alleata. Lui, giovane ladruncolo di Boros, discendente di un Ex Comandante della Flotta alleata. 

The pull on my flesh is just too strong
It stifles the choice and the air in my lungs
Better not to breathe than to breathe a lie
When I open my body and breathe aliveI will not speak of your sin
There was no way out for him
The mirror shows not
Your values are all shot

Si alza lentamente, cercando di non produrre il minimo rumore. si avvicina alle sbarre della cella, poggia le mani sul freddo metallo ed osserva i suoi compagni, stesi sui loro letti, nelle loro celle. Lo sguardo si fissa sul corpo di Red. Solo un giorno prima lo aveva sentito urlare contro gli alleati che volevano curarlo con una trasfusione di sangue alleato. "Meglio morto che avere in corpo il sangue di voi fottuti culu blu!" 
John volta il suo polso, osserva le vene blu e azzurre che risaltano dalla pelle chiara. Ha il sangue degli alleati in corpo. 

But oh, my heart was flawed
I knew my weakness
So hold my hand
Consign me not to darkness

Suo padre era un soldato unionista. 
Sua madre era un soldato indipendentista.
E lui a cosa sarebbe destinato? Ha seguito fin dagli inizi le orme della madre.
E se avrebbe dovuto invece seguire quelle del padre?

Crawl on my belly til the sun goes down
I’ll never wear your broken crown
I took the rope and I fucked it all the way
In this twilight, how dare you speak of grace

In quel momento gli pareva di essere il figlio bastardo per eccellenza, che ha sempre vissuto nell'incoscenza, mosso da eventi esterni, senza sapere ralmente cosa avrebbe dovuto fare, cosa sarebbe dovuto essere e chi sarebbe dovuto diventare.



Crawl on my belly til the sun goes down
I’ll never wear your broken crown
I can take the rope and I can fuck it all the way
But in this twilight, our choices seal our fate


lunedì 19 agosto 2013

Dad

Tutto è cambiato e niente è come prima.

Quando perdi qualcuno non te ne accorgi mai fino a che non diventa troppo tardi. La giornata passa come al solito, fino a che non t arriva la chiamata, o leggi il messaggio. Rendersi conto della realtà del fatto poi... diventa un'impresa.

Ti ho visto a colazione, mi hai sorriso da sotto la barba perchè avevo la faccia stropicciata dal cuscino, lo sguardo assente di un bambino assonnato e non ancora conscio dell'essere sveglio. Ti ho visto uscire con la coda dell'occhio per non tornare più.

Ora mi accorgo di tutte quelle cose che facevi per me. Quelle piccole attenzioni, quei piccoli gesti.

Credo di averli dati per scontati, come quelle abitudini che diventano ovvie e quotidiane nella giornata. Non te ne rendi conto a lungo andare.

Mi preparavi sempre una scodella di proteine sintetiche, mi costringevi a portarmi dietro quantomeno uno dei frutti portati da Tyago quando dovevo andare di ronda.
Le pacche sulla spalla... lasciate appena si presentava l'occasione.
La mano sulla testa a mo' di saluto.
Il restare sveglio, facendo finta di dormire, aspettando il mio rientro in cabina.
Il passeggiare per la Almost Home, osservandomi per assicurarti che ci fossi. Ogni tanto passavi almeno tre volte con la scusa di prendere o controllare qualcosa.
I nostri battibecchi...

Di punto in bianco mi ritrovo a non averti più intorno. Non ho neanche una tua foto. Non abbiamo una nostra foto. Ho solo dei ricordi.

Ti sei insinuato nel mio cuore, sei diventato una parte fondamentale della mia vita. Ho faticato tanto, non puoi sapere quanto sia stato difficile per me, diventare tuo figlio. Avere un padre. 

Mi ha cambiato essere un figlio. 
Mi hai cambiato tu. 
Per la prima volta... 
Ogni giorno mi sentivo strano, felice. 
Mi faceva piacere quando ti preoccupavi per me, quando ti arrabbiavi con me.
Volevo raccontarti tutto ciò che mi accadeva. Potevo fidarmi di te, confidarmi e sapevo che benchè avessi delle remore, dei dubbi, o non accettassi quello che facevo o come lo facevo, eri sempre disposto a lasciarmi fare. Ad accettare chi fossi limitandoti al solo consiglio e supervisione, agendo solo quando si presentava un reale rischio.

Non ricordo l'ultima volta che ti ho abbracciato.

Ho la tua voce in testa, cerco di ripetermi le tue parole, odio che la rete cortex l'abbia distorta, non riesco a ricordare perfettamente la tua voce.

Ho paura di dimenticarmi del tuo viso.

Io... non so cosa fare. 
Mi hai detto di non lasciarmi sopraffarre della cosa, come faccio?
Non ho mai avuto un padre, poi sei arrivato tu, ed ora ti hanno portato via.
Cosa faccio?
Non sono più troppo piccolo, il tempo non può cancellare questi ricordi ormai saldatisi nella mia mente. 
Mi è rimasto un vuoto. So che non potrò mai dimenticarmi di te, ma allo stesso tempo temo di perdere i ricordi, il tuo volto, la tua voce, le tue parole. Ho paura che il dimenticarmi di te possa diventare un abitudine e che a poco a poco rientri nella quotidianità. Che prima o poi non riesca più a notare la tua assenza.
Come se non fossi mai esistito.

Solo ora mi accorgo di quanto ti ami. 
Di quanto ci si accorga davvero di qualcuno quando questo non ci sia più.
E solo ora mi accorgo di quanti diversi tipi di amori esistano.

E di come questo mi stia straziando.

Non so cosa fare. Non so come fare a seguire il tuo consglio.

Non lasciarmi sopraffarre. Non perdere la propria umanità... 

Cosa faresti tu, Dad?

 Non ricordo il nostro ultimo abbraccio, e mi manca quella pressione confortante, quella mano sulla nuca.


lunedì 5 agosto 2013

Private from all humanity.



Niente è più spiazzante che guardare la propria immagine riflessa in uno specchio. 
Niente ti mette in soggezione, ti porta il dubbio, mina le tue certezze come uno specchio.
In un senso distorto non vediamo noi stessi. Non siamo mai l'immagine riflessa che vediamo, non siamo noi. 
Quello non sono io. Chi è? 

Where I'm now?

Viviamo in prima persona e non siamo realmente come ci mostriamo. Non siamo noi, non sono io. Quel volto, quegli occhi. Non mi vedo così, non mi vedo. 
I'm Broken.

Sento il metallo freddo sotto la stretta delle mie dita, di un lavandino dei bagni della Almost Home. Alzo lo sguardo e lo fisso in quello del mio riflesso, notando come solo quelle iridi rappresentino realmente quello che sono in questo momento. Distruto.

Le parole di Bolivar ancora mi frullano in testa. Alzo il rasoio.
Quelle di Sam escono con prepotenza dai miei ricordi. Lo accendo.
Jack... anche lei. La sua espressione, il suo tono di voce, le sue parole. Il ronzio della macchinetta, la vibrazione prodotta dal motorino interno si riperquote lungo il braccio, lo avvicino al capo. Inspiro a fondo.

Who am I? This is me?

Sono nato senza niente, perchè non sono nato in una casa con una madre e dei nonni affettuosi. Sono nato per strada. Partorito da delle bombe scagliate sul mio pianeta. I miei non erano vagiti. Non erano neanche pianti ed urla disperate. L'unica cosa che si poteva sentire era il fischio sinistro che anticipava la detonazione. Io sono nato dalla strada. Combattevo per un pezzo di pane e se non potevo ucciderli allora glielo rubavo. Ho sempre ottenuto ciò di cui avevo bisogno, era facile. Non rendere conto a nessuno. Prendere ciò di cui si ha bisogno. Era facile.

Sono nato senza niente ed ho lottato con le unghie e con i denti per cercare di ottenere qualcosa.

E per un breve momento sono riuscito ad avere tutto ciò di cui avevo veramente bisogno. Ero entrato in un periodo felice.
Ho ottenuto una donna. Ottenuto? Rubata. Rubata dal ricordo di un compagno che credevo morto.
"Non fa per te! Non porta nulla di buono!"
Sono riuscito a diventare figlio di qualcuno, ad ottenere un padre.
"Smettila di comportarti da figlio solo quando ti fa più comodo!"
Mi credevo un soldato, dedito alla causa.
"Un soldato dev'essere ligio al dovere, non mancare agli ordini dati e rispettoso verso i compagni ed i superiori."

And now, what am I? A boyfriend? A son? Or a soldier?
Now I am nothing.

Avvicino la macchinetta alla fronte, al contatto col metallo non sento niente, lascio scivolare quei denti meccanici sulla cute cominciando a sentire il suono di ogni capello tranciato. I più lunghi cadono mentre spingo la macchinetta verso la fine prima di riportarla di nuovo alla fronte. 

Non riesco a fare nulla, non ora. Ripenso alla discussione con Bolivar.
"Non lasciare che ti privino della tua umanità, della tua vita."
Come fare? Non posso fare altro. Non riesco ad essere un ragazzo normale ed un soldato. Non mi viene permesso. Non ci riesco.

E per risolvere questa situazione c'è solo da valutare le priorità, è una questione di priorità.
Sarò un soldato, voglio diventarlo, scalare la gerarchia e diventare la migliore arma di cui Jack Roster abbia bisogno. Lei mi ha salvato da un futuro incerto, mi ha dato una casa, mi ha sfamato, mi ha istruito, dato un lavoro.
"Se Jack avesse bisogno di un arma andrebbe a prenderla al Safeport."
Ma è l'unica cosa che posso fare, L'unica persona che posso diventare, non posso essere nient'altro. è una questione di priorità. 
"Jack non lo vorrebbe."
è quello che posso essere.
"Gliela darai vinta."

Passo ora le mani sul capo rasato, e senza quella zazzera di capelli, noto meglio quelle iridi che mi fissano, buie profonde. Inspiro a fondo. Spengo la macchinetta.

In alcune culture il taglio dei capelli ha un significato profondo. Questi crescono, si allungano con lo scorrere del tempo e tagliarli significa taglirare con il passato. Prepararsi ad un nuovo inizio.

è necessario fare una scelta, eliminare i rami secchi, tagliare con il passato. I sentimenti, gli amori, gli affetti risultano essere una debolezza. 

Non so ancora cosa sono, non so chi sono, ogni certezza mi è stata privata in pochi giorni. 

Sono esauso.

lunedì 8 luglio 2013

I walk and walk again. And I do not want to meet my goal.



Sono tornato diverso, cresciuto, maturo. 

Ho fatto un altro viaggio, ho affrontato nuove prove e sono ritornato, vincitore.

Mi guardo indietro e non riconosco nessuna delle versioni passate di me stesso.

Mi guardo allo specchio e noto molti cambiamenti. Sono più alto, ho più cicatrici. Spalla, braccio, addome. Le ferite si sono accumulate nel tempo come i segni su un mobile di legno. Il mio riflesso mostra lineamenti diversi, maturi, più affilati. Nulla a che vedere con quelli morbidi e fanciulleschi del passato. Ed il mio sorriso. L’arma che ho ritenuto, per tanti anni, essere la migliore in mio possesso, non è più ampio, largo, beffardo, infantile! È sottile, ammiccante, astuto forse anche furbo. Mi vedo cambiato ma non solo fisicamente. Ora vedo il riflesso del mio corpo allo specchio, sono un bel ragazzo. La cosa mi fa sorridere. Vedere come le mie priorità siano cambiate. La famiglia, le donne, il sesso. La guerra.

Sono ritornato cresciuto. Un ragazzino forgiato dalle conseguenze di una guerra che non ha combattuto. Stringo il pugno, vedo i muscoli gonfiarsi, i tendini tirarsi. Mi sento forte. Sento di poter combattere ogni battaglia, sento di poter affrontare ogni sfida, sento di non aver paura di nulla. Mi sento immortale, potente: come un dio.
Ogni giorno mi alleno, forgio il mio fisico, tempro il mio spirito per diventare la miglior arma umana che i Dust Devil possano mai avere. Gli altri hanno combattuto la guerra, ne sono rimasti segnati. Io son cresciuto dopo questa. Comprendo il loro dolore, ma non lo condivido appieno, non posso, non ci riesco. Ero troppo piccolo per ricordare ciò che ho perso. Una madre, dei nonni, ricordo vagamente i loro visi. Ogni anno che passa dimentico qualcosa di loro. È il compromesso con la crescita. Le nuove avventure, la stessa vita di tutti i giorni irrompe nella mente togliendo spazio ai ricordi per crearne di nuovi. La mia famiglia era un mucchio di ragazzini che sopravviveva rubando per strada, che si pugnalava alle spalle. Ora la mia famiglia è composta da soldati feriti nell’animo da una guerra ingiusta. Ed io sono l’unico a non essere stato ferito da questo, o almeno non completamente.

A loro hanno strappato il passato ed il futuro. Una terra, una famiglia, un lavoro, la possibilità di vivere come persone ordinarie, una vita dedita al lavoro, a procreare.

Loro hanno perso tutto. Io non ho perso nulla. Eppure sono in molti quelli dispiaciuti per me, perché non ho avuto modo di vivere come hanno vissuto loro, in pace ed armonia. Ma io mi ritengo fortunato. Ho uno scopo. Ho una missione e non mi preoccupo troppo di quello che non ho potuto avere, prendo ciò che la vita mi mette davanti, e ne traggo tutti i possibili benefici.

E questo mi fa sorridere, questo mi porta a ringraziare il cielo, per essere stato così piccolo. Ed ho notato una cosa. Io non combatto per qualcosa di mio. Non combatto per vendicare il ricordo di una vita passata, diamine non combatto neanche per la mia stessa terra. Io combatto per loro. Per la mia famiglia e per tutti coloro che non possono difendersi da mani guatate di blu, pronte a strappargli via ogni cosa. Mi ritrovo a combattere per loro, e riesco ad essere lucido per questo. Non ho un passato non ho genitori biologici, naturali che mi hanno cresciuto. Per questo motivo mi sento forte, ringrazio il cielo per non essere stato un bamboccio viziato.

Ho scelto la mia famiglia, ho scelto i miei viaggi, ho scelto come crescere e cosa apprendere dalle persone che mi stanno accanto. Amo queste persone. 

Darei la mia vita per loro, si.

Sono tornato, sono felice, mi sento forte, e sto ottenendo per la prima volta nella mia vita quello che voglio.
Sorrido, rido divertito, felice. Ho un padre, ho dei fratelli, ho un mentore che mi ha accolto fin da quando ero un moccioso, che mi ha istruito ma che soprattutto mi ha reso parte di quello che sono. Sono un Sogeki. un cecchino, anzi sono “Il Cecchino” e continuerò a migliorare, sarò in grado di coprire le spalle dei miei compagni e di aprir loro la strada in ogni missione. Di controllarli da lontano. Sto ottenendo quello che voglio, ed ho persino ottenuto una donna da amare. Non una ragazza, non una compagna. In questo ‘Verse le relazioni sono futili e complicate. Potrei morire in ogni momento, potrei ricevere io stesso un colpo in testa. Niente storie, solo avventure. Brevi ed intensi momenti suddivisi nel tempo.

Continuo a camminare, continuo ad andare avanti, procedo passo dopo passo strappando dalla vita tutto quello che mi serve. Ciò che desidero.

Note Off del Player:
John nasce più di tre anni, nella versione beta di BoS. E mi piace credere, sia stato un ottimo acquisto, non tanto un personaggio essenziale quanto importante nel portare in questo mondo fantastico, un lato della storia differente. Fra tutti gli ex-soldati, i sopravvissuti di una guerra multi-universale, John si presenta come lo spaccato di una nuova generazione rimmer. Nato su un pianeta bombardato e corrotto come Boros è cresciuto senza avere nessun legame col passato e nessun dispiacere nell’aver perso un mondo di benessere come molti. John non è cresciuto abbastanza per maturare il senso di attaccamento alla terra, alla famiglia che altri pg hanno. Per lui il ‘Verse del dopo guerra non è altro che il multi-universo in cui vive regolarmente. Nel tempo è cresciuto, è cambiato ed ha passato le normali fasi di un’adolescenza comune a molti. Sempre solare, sempre infantile si è presentato per il più delle volte come un ragazzino ignorante ma non in senso negativo. Cresciuto per la strada, non ha mai imparato la buona educazione, non conosce alcune cose, dagli oggetti materiali agli animali, a determinati cibi. Per lui la Storia e l’Universografia sono materie sconosciute, come del resto gli usi ed i consumi più consoni. Agli inizi della storia è stato arruolato da Jack Roster, un’indipendentista sopravvissuta alla guerra, la quale, avendo bisogno di volontari per sfatare il pericolo di razziatori su Gracestone, lo ha avvicinato al mondo indipendentista. Per proteggerlo, in quanto giovane, gli mise in mano un fucile da cecchino con l’unica regola di coprirgli le spalle. Quello è stato il primo passo per la crescita di un personaggio che rubava per ridere. Nel tempo ha perso questa abitudine, soprattutto per desiderio di Jack. Si è affezionato a lei ed a Cole altro membro della prima squadra dei DD. È grazie a Jack, Cole e John che si ebbe la nascita dei DD, con l’acquisto della Almost Home: la prima vera casa di John.
Ora come ora John ritorna dal terzo dei suoi viaggi, dediti alla crescita personale. Ritorna da un secondo viaggio che ha come meta Boros. Ha affrontato altre battaglie, ha ottenuto un minimo di fama nel suo paese per l’abilità nell’utilizzo del fucile di precisione. Ed è maturato. Anche se non ancora nel tutto. Quello che ho voluto rappresentare in questo ultimo post e nelle role sostenute in questi giorni è il rappresentare un’aspetto della vita di un ragazzo che si trova a cavallo tra l’adolescenza e la maturità. Quella sensazione di onnipotenza, indistruttibilità ed anche un poco irresponsabilità che tutti i ragazzi in un momento della vita sperimentano. È un menefreghismo buono, John è felice perché non ha preoccupazioni,e non ha preoccupazioni perché è convinto di essere in grado di risolvere ogni problema. Ha imparato a non farsi troppi problemi, a non preoccuparsi di cose futili dedicandosi inoltre alla propria missione personale: diventare il miglio strumento per i DD. Diventare un eccellente cecchino ed eliminare così gli usurpatori alleati.
Io personalmente sono entusiasta di questo personaggio, che ovviamente ha le sue pecche certo, ma lo amo anche per questo.