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mercoledì 19 febbraio 2014

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What am I?

What am I doing?

What I am destined?

For who I am living now that I was alone?



lunedì 19 agosto 2013

Dad

Tutto è cambiato e niente è come prima.

Quando perdi qualcuno non te ne accorgi mai fino a che non diventa troppo tardi. La giornata passa come al solito, fino a che non t arriva la chiamata, o leggi il messaggio. Rendersi conto della realtà del fatto poi... diventa un'impresa.

Ti ho visto a colazione, mi hai sorriso da sotto la barba perchè avevo la faccia stropicciata dal cuscino, lo sguardo assente di un bambino assonnato e non ancora conscio dell'essere sveglio. Ti ho visto uscire con la coda dell'occhio per non tornare più.

Ora mi accorgo di tutte quelle cose che facevi per me. Quelle piccole attenzioni, quei piccoli gesti.

Credo di averli dati per scontati, come quelle abitudini che diventano ovvie e quotidiane nella giornata. Non te ne rendi conto a lungo andare.

Mi preparavi sempre una scodella di proteine sintetiche, mi costringevi a portarmi dietro quantomeno uno dei frutti portati da Tyago quando dovevo andare di ronda.
Le pacche sulla spalla... lasciate appena si presentava l'occasione.
La mano sulla testa a mo' di saluto.
Il restare sveglio, facendo finta di dormire, aspettando il mio rientro in cabina.
Il passeggiare per la Almost Home, osservandomi per assicurarti che ci fossi. Ogni tanto passavi almeno tre volte con la scusa di prendere o controllare qualcosa.
I nostri battibecchi...

Di punto in bianco mi ritrovo a non averti più intorno. Non ho neanche una tua foto. Non abbiamo una nostra foto. Ho solo dei ricordi.

Ti sei insinuato nel mio cuore, sei diventato una parte fondamentale della mia vita. Ho faticato tanto, non puoi sapere quanto sia stato difficile per me, diventare tuo figlio. Avere un padre. 

Mi ha cambiato essere un figlio. 
Mi hai cambiato tu. 
Per la prima volta... 
Ogni giorno mi sentivo strano, felice. 
Mi faceva piacere quando ti preoccupavi per me, quando ti arrabbiavi con me.
Volevo raccontarti tutto ciò che mi accadeva. Potevo fidarmi di te, confidarmi e sapevo che benchè avessi delle remore, dei dubbi, o non accettassi quello che facevo o come lo facevo, eri sempre disposto a lasciarmi fare. Ad accettare chi fossi limitandoti al solo consiglio e supervisione, agendo solo quando si presentava un reale rischio.

Non ricordo l'ultima volta che ti ho abbracciato.

Ho la tua voce in testa, cerco di ripetermi le tue parole, odio che la rete cortex l'abbia distorta, non riesco a ricordare perfettamente la tua voce.

Ho paura di dimenticarmi del tuo viso.

Io... non so cosa fare. 
Mi hai detto di non lasciarmi sopraffarre della cosa, come faccio?
Non ho mai avuto un padre, poi sei arrivato tu, ed ora ti hanno portato via.
Cosa faccio?
Non sono più troppo piccolo, il tempo non può cancellare questi ricordi ormai saldatisi nella mia mente. 
Mi è rimasto un vuoto. So che non potrò mai dimenticarmi di te, ma allo stesso tempo temo di perdere i ricordi, il tuo volto, la tua voce, le tue parole. Ho paura che il dimenticarmi di te possa diventare un abitudine e che a poco a poco rientri nella quotidianità. Che prima o poi non riesca più a notare la tua assenza.
Come se non fossi mai esistito.

Solo ora mi accorgo di quanto ti ami. 
Di quanto ci si accorga davvero di qualcuno quando questo non ci sia più.
E solo ora mi accorgo di quanti diversi tipi di amori esistano.

E di come questo mi stia straziando.

Non so cosa fare. Non so come fare a seguire il tuo consglio.

Non lasciarmi sopraffarre. Non perdere la propria umanità... 

Cosa faresti tu, Dad?

 Non ricordo il nostro ultimo abbraccio, e mi manca quella pressione confortante, quella mano sulla nuca.


lunedì 5 agosto 2013

Private from all humanity.



Niente è più spiazzante che guardare la propria immagine riflessa in uno specchio. 
Niente ti mette in soggezione, ti porta il dubbio, mina le tue certezze come uno specchio.
In un senso distorto non vediamo noi stessi. Non siamo mai l'immagine riflessa che vediamo, non siamo noi. 
Quello non sono io. Chi è? 

Where I'm now?

Viviamo in prima persona e non siamo realmente come ci mostriamo. Non siamo noi, non sono io. Quel volto, quegli occhi. Non mi vedo così, non mi vedo. 
I'm Broken.

Sento il metallo freddo sotto la stretta delle mie dita, di un lavandino dei bagni della Almost Home. Alzo lo sguardo e lo fisso in quello del mio riflesso, notando come solo quelle iridi rappresentino realmente quello che sono in questo momento. Distruto.

Le parole di Bolivar ancora mi frullano in testa. Alzo il rasoio.
Quelle di Sam escono con prepotenza dai miei ricordi. Lo accendo.
Jack... anche lei. La sua espressione, il suo tono di voce, le sue parole. Il ronzio della macchinetta, la vibrazione prodotta dal motorino interno si riperquote lungo il braccio, lo avvicino al capo. Inspiro a fondo.

Who am I? This is me?

Sono nato senza niente, perchè non sono nato in una casa con una madre e dei nonni affettuosi. Sono nato per strada. Partorito da delle bombe scagliate sul mio pianeta. I miei non erano vagiti. Non erano neanche pianti ed urla disperate. L'unica cosa che si poteva sentire era il fischio sinistro che anticipava la detonazione. Io sono nato dalla strada. Combattevo per un pezzo di pane e se non potevo ucciderli allora glielo rubavo. Ho sempre ottenuto ciò di cui avevo bisogno, era facile. Non rendere conto a nessuno. Prendere ciò di cui si ha bisogno. Era facile.

Sono nato senza niente ed ho lottato con le unghie e con i denti per cercare di ottenere qualcosa.

E per un breve momento sono riuscito ad avere tutto ciò di cui avevo veramente bisogno. Ero entrato in un periodo felice.
Ho ottenuto una donna. Ottenuto? Rubata. Rubata dal ricordo di un compagno che credevo morto.
"Non fa per te! Non porta nulla di buono!"
Sono riuscito a diventare figlio di qualcuno, ad ottenere un padre.
"Smettila di comportarti da figlio solo quando ti fa più comodo!"
Mi credevo un soldato, dedito alla causa.
"Un soldato dev'essere ligio al dovere, non mancare agli ordini dati e rispettoso verso i compagni ed i superiori."

And now, what am I? A boyfriend? A son? Or a soldier?
Now I am nothing.

Avvicino la macchinetta alla fronte, al contatto col metallo non sento niente, lascio scivolare quei denti meccanici sulla cute cominciando a sentire il suono di ogni capello tranciato. I più lunghi cadono mentre spingo la macchinetta verso la fine prima di riportarla di nuovo alla fronte. 

Non riesco a fare nulla, non ora. Ripenso alla discussione con Bolivar.
"Non lasciare che ti privino della tua umanità, della tua vita."
Come fare? Non posso fare altro. Non riesco ad essere un ragazzo normale ed un soldato. Non mi viene permesso. Non ci riesco.

E per risolvere questa situazione c'è solo da valutare le priorità, è una questione di priorità.
Sarò un soldato, voglio diventarlo, scalare la gerarchia e diventare la migliore arma di cui Jack Roster abbia bisogno. Lei mi ha salvato da un futuro incerto, mi ha dato una casa, mi ha sfamato, mi ha istruito, dato un lavoro.
"Se Jack avesse bisogno di un arma andrebbe a prenderla al Safeport."
Ma è l'unica cosa che posso fare, L'unica persona che posso diventare, non posso essere nient'altro. è una questione di priorità. 
"Jack non lo vorrebbe."
è quello che posso essere.
"Gliela darai vinta."

Passo ora le mani sul capo rasato, e senza quella zazzera di capelli, noto meglio quelle iridi che mi fissano, buie profonde. Inspiro a fondo. Spengo la macchinetta.

In alcune culture il taglio dei capelli ha un significato profondo. Questi crescono, si allungano con lo scorrere del tempo e tagliarli significa taglirare con il passato. Prepararsi ad un nuovo inizio.

è necessario fare una scelta, eliminare i rami secchi, tagliare con il passato. I sentimenti, gli amori, gli affetti risultano essere una debolezza. 

Non so ancora cosa sono, non so chi sono, ogni certezza mi è stata privata in pochi giorni. 

Sono esauso.

lunedì 8 luglio 2013

I walk and walk again. And I do not want to meet my goal.



Sono tornato diverso, cresciuto, maturo. 

Ho fatto un altro viaggio, ho affrontato nuove prove e sono ritornato, vincitore.

Mi guardo indietro e non riconosco nessuna delle versioni passate di me stesso.

Mi guardo allo specchio e noto molti cambiamenti. Sono più alto, ho più cicatrici. Spalla, braccio, addome. Le ferite si sono accumulate nel tempo come i segni su un mobile di legno. Il mio riflesso mostra lineamenti diversi, maturi, più affilati. Nulla a che vedere con quelli morbidi e fanciulleschi del passato. Ed il mio sorriso. L’arma che ho ritenuto, per tanti anni, essere la migliore in mio possesso, non è più ampio, largo, beffardo, infantile! È sottile, ammiccante, astuto forse anche furbo. Mi vedo cambiato ma non solo fisicamente. Ora vedo il riflesso del mio corpo allo specchio, sono un bel ragazzo. La cosa mi fa sorridere. Vedere come le mie priorità siano cambiate. La famiglia, le donne, il sesso. La guerra.

Sono ritornato cresciuto. Un ragazzino forgiato dalle conseguenze di una guerra che non ha combattuto. Stringo il pugno, vedo i muscoli gonfiarsi, i tendini tirarsi. Mi sento forte. Sento di poter combattere ogni battaglia, sento di poter affrontare ogni sfida, sento di non aver paura di nulla. Mi sento immortale, potente: come un dio.
Ogni giorno mi alleno, forgio il mio fisico, tempro il mio spirito per diventare la miglior arma umana che i Dust Devil possano mai avere. Gli altri hanno combattuto la guerra, ne sono rimasti segnati. Io son cresciuto dopo questa. Comprendo il loro dolore, ma non lo condivido appieno, non posso, non ci riesco. Ero troppo piccolo per ricordare ciò che ho perso. Una madre, dei nonni, ricordo vagamente i loro visi. Ogni anno che passa dimentico qualcosa di loro. È il compromesso con la crescita. Le nuove avventure, la stessa vita di tutti i giorni irrompe nella mente togliendo spazio ai ricordi per crearne di nuovi. La mia famiglia era un mucchio di ragazzini che sopravviveva rubando per strada, che si pugnalava alle spalle. Ora la mia famiglia è composta da soldati feriti nell’animo da una guerra ingiusta. Ed io sono l’unico a non essere stato ferito da questo, o almeno non completamente.

A loro hanno strappato il passato ed il futuro. Una terra, una famiglia, un lavoro, la possibilità di vivere come persone ordinarie, una vita dedita al lavoro, a procreare.

Loro hanno perso tutto. Io non ho perso nulla. Eppure sono in molti quelli dispiaciuti per me, perché non ho avuto modo di vivere come hanno vissuto loro, in pace ed armonia. Ma io mi ritengo fortunato. Ho uno scopo. Ho una missione e non mi preoccupo troppo di quello che non ho potuto avere, prendo ciò che la vita mi mette davanti, e ne traggo tutti i possibili benefici.

E questo mi fa sorridere, questo mi porta a ringraziare il cielo, per essere stato così piccolo. Ed ho notato una cosa. Io non combatto per qualcosa di mio. Non combatto per vendicare il ricordo di una vita passata, diamine non combatto neanche per la mia stessa terra. Io combatto per loro. Per la mia famiglia e per tutti coloro che non possono difendersi da mani guatate di blu, pronte a strappargli via ogni cosa. Mi ritrovo a combattere per loro, e riesco ad essere lucido per questo. Non ho un passato non ho genitori biologici, naturali che mi hanno cresciuto. Per questo motivo mi sento forte, ringrazio il cielo per non essere stato un bamboccio viziato.

Ho scelto la mia famiglia, ho scelto i miei viaggi, ho scelto come crescere e cosa apprendere dalle persone che mi stanno accanto. Amo queste persone. 

Darei la mia vita per loro, si.

Sono tornato, sono felice, mi sento forte, e sto ottenendo per la prima volta nella mia vita quello che voglio.
Sorrido, rido divertito, felice. Ho un padre, ho dei fratelli, ho un mentore che mi ha accolto fin da quando ero un moccioso, che mi ha istruito ma che soprattutto mi ha reso parte di quello che sono. Sono un Sogeki. un cecchino, anzi sono “Il Cecchino” e continuerò a migliorare, sarò in grado di coprire le spalle dei miei compagni e di aprir loro la strada in ogni missione. Di controllarli da lontano. Sto ottenendo quello che voglio, ed ho persino ottenuto una donna da amare. Non una ragazza, non una compagna. In questo ‘Verse le relazioni sono futili e complicate. Potrei morire in ogni momento, potrei ricevere io stesso un colpo in testa. Niente storie, solo avventure. Brevi ed intensi momenti suddivisi nel tempo.

Continuo a camminare, continuo ad andare avanti, procedo passo dopo passo strappando dalla vita tutto quello che mi serve. Ciò che desidero.

Note Off del Player:
John nasce più di tre anni, nella versione beta di BoS. E mi piace credere, sia stato un ottimo acquisto, non tanto un personaggio essenziale quanto importante nel portare in questo mondo fantastico, un lato della storia differente. Fra tutti gli ex-soldati, i sopravvissuti di una guerra multi-universale, John si presenta come lo spaccato di una nuova generazione rimmer. Nato su un pianeta bombardato e corrotto come Boros è cresciuto senza avere nessun legame col passato e nessun dispiacere nell’aver perso un mondo di benessere come molti. John non è cresciuto abbastanza per maturare il senso di attaccamento alla terra, alla famiglia che altri pg hanno. Per lui il ‘Verse del dopo guerra non è altro che il multi-universo in cui vive regolarmente. Nel tempo è cresciuto, è cambiato ed ha passato le normali fasi di un’adolescenza comune a molti. Sempre solare, sempre infantile si è presentato per il più delle volte come un ragazzino ignorante ma non in senso negativo. Cresciuto per la strada, non ha mai imparato la buona educazione, non conosce alcune cose, dagli oggetti materiali agli animali, a determinati cibi. Per lui la Storia e l’Universografia sono materie sconosciute, come del resto gli usi ed i consumi più consoni. Agli inizi della storia è stato arruolato da Jack Roster, un’indipendentista sopravvissuta alla guerra, la quale, avendo bisogno di volontari per sfatare il pericolo di razziatori su Gracestone, lo ha avvicinato al mondo indipendentista. Per proteggerlo, in quanto giovane, gli mise in mano un fucile da cecchino con l’unica regola di coprirgli le spalle. Quello è stato il primo passo per la crescita di un personaggio che rubava per ridere. Nel tempo ha perso questa abitudine, soprattutto per desiderio di Jack. Si è affezionato a lei ed a Cole altro membro della prima squadra dei DD. È grazie a Jack, Cole e John che si ebbe la nascita dei DD, con l’acquisto della Almost Home: la prima vera casa di John.
Ora come ora John ritorna dal terzo dei suoi viaggi, dediti alla crescita personale. Ritorna da un secondo viaggio che ha come meta Boros. Ha affrontato altre battaglie, ha ottenuto un minimo di fama nel suo paese per l’abilità nell’utilizzo del fucile di precisione. Ed è maturato. Anche se non ancora nel tutto. Quello che ho voluto rappresentare in questo ultimo post e nelle role sostenute in questi giorni è il rappresentare un’aspetto della vita di un ragazzo che si trova a cavallo tra l’adolescenza e la maturità. Quella sensazione di onnipotenza, indistruttibilità ed anche un poco irresponsabilità che tutti i ragazzi in un momento della vita sperimentano. È un menefreghismo buono, John è felice perché non ha preoccupazioni,e non ha preoccupazioni perché è convinto di essere in grado di risolvere ogni problema. Ha imparato a non farsi troppi problemi, a non preoccuparsi di cose futili dedicandosi inoltre alla propria missione personale: diventare il miglio strumento per i DD. Diventare un eccellente cecchino ed eliminare così gli usurpatori alleati.
Io personalmente sono entusiasta di questo personaggio, che ovviamente ha le sue pecche certo, ma lo amo anche per questo.

giovedì 11 aprile 2013

Only dust on my feet



Moltissimi anni fa, qualcuno mi raccontò una storia. Una leggenda.

Si parlava di angeli. Angeli caduti dal cielo.  Si palava della nascita dei Diavoli.

Non ricordo perfettamente la storia, ma una cosa mi rimase in mente fin dalla prima volta che ebbi la fortuna di sentirla. I diavoli nacquero per il troppo amore nei confronti di Dio. La leggenda raccontava come gli angeli più vicini al Signore lo amassero a tal punto da non rispettare la sua scelta di creare ed amare, nonché rendere prediletti, i nuovi figli nati dalla terra. Loro, gli angeli, erano da sempre gli unici figli di Dio, erano nati dal fuoco e dal suo respiro, mentre gli umani erano nati dalla terra sporca di un pianeta inospitale. Non erano come loro, non erano elevati e fin da subito si erano dimostrati rozzi, inopportuni… degli animali dediti ad uccidersi a vicenda, dediti alla guerra. E questo per loro era inammissibile. Loro così potenti e dediti al loro signore, gli altri così infimi deboli che arrancavano per ottenere sempre più. Ma il Signore non cedette, amava i suoi figli tutti e chiese agli angeli a lui più vicino di fare altrettanto. Ma gli angeli non accettarono questo affronto, non accettarono di amare e sottomettersi agli ultimi arrivati, agli esseri infimi, neanche quando il Signore spiegò loro che si comportavano in questo modo perché desideravano anche loro l’amore da parte sua, da parte loro. Desideravano la beatitudine.
Si ribellarono, vennero cacciati dal paradiso e caddero.

Diventarono degli angeli caduti, caduti dal cielo, cacciati dal paradiso e dalla cerchia più vicina al signore. La forza di quel gesto era tale, che nell’impatto con la terra persero tutto e crearono un cratere così enorme da essere allo stesso tempo vuoto. Rimasero soli, soli con se stessi. Privi di beatitudine, allontanati dal loro Signore, soli con un amore che divenne rabbia verso i mortali, che divenne odio verso il loro Dio.

Così nacquero i diavoli.

E noi siamo uguali?

Noi siamo uguali.

Siamo diavoli nati dalla polvere della guerra, risorti dall’inferno. Siamo la nuova generazione di diavoli che sa cosa ha perso e che vuole riottenerla. Amiamo così tanto l’umanità tutta da non permette a nessuno di privarla della libertà, della libertà d’agire, d’amare di vivere senza costrizioni. Noi siamo dei diavoli ma siamo soprattutto gli angeli caduti di questo universo corrotto. Angeli che si macchiano del sangue di ogni guerra, ci spezziamo le ali per i nostri compagni e per la gente che non ci conosce.

Siamo angeli caduti. E continuiamo a cadere, ad inciampare, ad arrancare.

Le colonne portanti del mio universo mi stanno attorno e continuano a sgretolarsi, ad ammaccarsi. Sono tutte li che mi guardano. Mi trovo in un santuario e giro su me stesso a notare come quelle colonne a me attorno assumano il volto delle persone che amo, che ammiro, che stimo. E se un tempo quelle statue erano belle e maestose, di volta in volta guadagnano graffi, crepe, scalfitture. Perdono pezzi. Vedo i loro volti. Jack, Red, Eir, Eivor, Klaus, Sun, Liberty ed ora Sam. Sono li intorno con un braccio alzato a sostenere la volta del futuro ed un braccio a stringere il proprio Mauler. Mi giro e mi rigiro, li guardo e li riguardo, sgretolarsi divenire a mano a mano polvere.
Ed io?

Io ne sarò mai all’altezza? Troverò il mio posto fra quelle colonne? Sosterrò anche io la volta del futuro? Non voglio essere l’unico a stare sotto quella volta.

Lo fanno per me.

Vogliono creare un futuro per me.

Tengono alta la volta per me.

Ed arriverà il giorno in cui la volta resterà finalmente alta nel cielo, senza alcun loro sostegno. Ma arriverà anche la volta in cui loro saranno solo polvere.

Only dust, on my feet.